IL DIBATTITO AL SENATO SUL DDL COLTIVA ITALIA

Un pannicello caldo per un malato grave: l’agricoltore del Mezzogiorno

Coltiva Italia: Mille milioni di euro annunciati, ma i primi cinquanta arrivano nel 2027. I dieci milioni per il grano vanno agli industriali della trasformazione, non a chi lo coltiva. La CUN resta a Roma, fino a quando non si pronuncia il Consiglio di Stato. E intanto il lavoro nero nei campi resta la base della competitività italiana.

Il Senato ha discusso il disegno di legge n. 2015 «Coltiva Italia» e lo ha licenziato tra i voti favorevoli della maggioranza e le astensioni delle opposizioni. Chi ha ascoltato il dibattito in Aula ha sentito due discorsi che non si incontrano mai: da un lato l’elenco dei miliardi stanziati, dall’altro la descrizione di un settore che non arriva a fine mese. Entrambi i discorsi sono veri, ed è proprio questa la tragedia: il provvedimento esiste, ma non tocca il punto in cui il malato sta morendo.

Per l’agricoltore del Mezzogiorno, quello che coltiva grano duro nel Foggiano o olive nel Salento e in Calabria, la domanda non è quanti miliardi sono stati stanziati. La domanda è: quanto mi pagano il quintale, e quando me lo pagano. Su quella domanda il provvedimento non risponde, e le cifre annunciate in aula lo dimostrano una per una.

Il miliardo che non c’è, o c’è troppo tardi

Nel dibattito si è ripetuto che il provvedimento Coltiva Italia mette a disposizione «oltre un miliardo di euro». È la formula che il senatore Damiani ha ripetuto più volte e che il senatore Bergesio ha scomposto in voci: 900 milioni per la strategia della sovranità alimentare, 300 per la carne bovina, 300 per i cereali, 300 per il piano olivicolo, 150 per l’imprenditoria giovanile e femminile.

La senatrice Naturale ha messo in fila le date, che è la parte che nessuno ha contestato nel merito: dei 300 milioni per il settore olivicolo, i primi 50 arrivano nel 2027, altri 100 nel 2028, altri 50 nel 2029, per decreto attuativo. Un agricoltore che oggi ha un oliveto da reimpiantare dopo la xylella scopre che il primo assegno utile è previsto fra un anno, e che a quella data la legislatura sarà finita. Nel linguaggio corrente si chiama annuncio. Nel linguaggio di chi ha un mutuo da pagare si chiama presa in giro.

«Si chiede agli agricoltori di aumentare la produttività, ma che aiuto si dà? Si chiede alla lampada di Aladino, si strofina un po’ e si esaudisce il desiderio?» (sen. Naturale, M5S)

I dieci milioni per il grano che finiscono a chi trasforma

Il punto più grave, per chi produce grano duro, è all’articolo 2. Il provvedimento stanzia 10 milioni come credito d’imposta per i contratti pluriennali di filiera. La senatrice Naturale ha letto il testo letteralmente: il credito va alle «imprese del settore agroalimentare che operano la trasformazione». Il produttore agricolo è escluso.

Questo è il nodo che il dibattito ha sfiorato senza scioglierlo. Nella filiera del grano l’anello debole è da sempre chi coltiva: compra le sementi, paga il gasolio, sopporta la siccità e non decide il prezzo. L’incentivo, così come è scritto, rafforza l’anello forte: il molino e l’industria della pasta, che potranno sottoscrivere contratti pluriennali con i produttori italiani beneficiando loro del credito d’imposta. Si chiama sostegno alla filiera, ma nella pratica è un sostegno alla domanda di materia prima a condizioni che decide chi compra.

L’emendamento che voleva scrivere nero su bianco il contrario è stato bocciato. La senatrice Nocco ha difeso la misura spiegando che serve a «favorire una distribuzione del valore anche più equilibrata». Per l’agricoltore del Mezzogiorno, la distribuzione equilibrata del valore comincia da una cosa semplice: il prezzo che esce dall’azienda agricola deve coprire il costo di produzione. Su questo, nell’intero dibattito, non c’è stata una sola misura.

La CUN resta a Roma, l’Ismea viene messo fuori

Chi coltiva nel granaio d’Italia ha chiesto una cosa concreta e verificabile: che la Commissione unica nazionale del grano duro, il luogo dove il prezzo prende forma, stia a Foggia, dove quel grano si produce, e non a Roma. Il provvedimento all’articolo 32 attribuisce alla CUN la determinazione del prezzo, che diventa il parametro di riferimento per l’erogazione degli aiuti pubblici. Ma non sposta la sede: ci penserà il Consiglio di Stato con il ricorso presentato da Granosalus, senza l’aiuto di Liberi Agricoltori.

C’è un secondo passaggio che il dibattito ha fatto emergere e che vale la pena sottolineare, perché riguarda tutti i produttori e non solo quelli pugliesi. Da tempo le rilevazioni di prezzo dell’Ismea e quelle della CUN del grano duro non coincidono. Con l’articolo 32, l’Ismea viene di fatto messo fuori dal meccanismo, e il prezzo che determina gli aiuti è quello della CUN. Se la CUN non funziona, o funziona in modo opaco, sono i cerealicoltori a pagare: non solo nel prezzo di mercato, ma anche nel calcolo dei contributi pubblici che da quel prezzo dipendono. Si affida la definizione del parametro che decide gli aiuti a un organismo di cui non si è prima verificata l’affidabilità.

Il lavoro nero resta la base della competitività

Il senatore Magni, annunciando l’astensione di Alleanza Verdi e Sinistra, ha posto la questione che il testo non affronta: nei campi italiani si arriva a lavorare a due o tre euro l’ora. Le cooperative senza terra fanno intermediazione di manodopera, i decreti flussi non coprono il fabbisogno reale, gli accampamenti informali non sono stati superati nonostante le risorse del PNRR destinate proprio a quell’obiettivo. Il suo emendamento, che escludeva dal credito d’imposta le imprese con accertamenti per caporalato e lavoro nero, non è passato.

La senatrice Nocco ha risposto rivendicando la difesa della condizionalità sociale fatta dal ministro Lollobrigida in Europa, e ha ragione a ricordare che quello era un presidio importante. Ma la condizionalità sociale è una regola europea sulla destinazione dei contributi. Non è una misura sul prezzo del grano, non è un controllo nei campi del Foggiano, non è un alloggio per chi raccoglie i pomodori. Sono due piani diversi, e confonderli serve solo a non rispondere. Chi dice che la competitività italiana si regge ancora sul lavoro nero non sta facendo polemica: sta descrivendo i numeri delle inchieste giudiziarie.

Le proteste sono di tutti gli agricoltori, non solo di quelli senza sigla

Nel dibattito qualcuno ha sostenuto che a protestare nei presidi sarebbero stati soltanto coltivatori estranei alle associazioni di categoria. Il senatore Franceschelli ha citato le date: la Confederazione italiana agricoltori è stata in piazza a Montecitorio per due settimane, la Coldiretti ha manifestato il 19 ottobre in Toscana davanti al Consiglio regionale. (Dai Liberi Agricoltori nessun segno di protesta, ndr).

La distinzione tra agricoltori «veri» e agricoltori rappresentati non regge, e serve a un solo scopo: delegittimare chi chiede un prezzo che copra i costi. E ben presto questi agricoltori, scarsamente rappresentati, potrebbero mettersi in RETE.

Sul merito delle filiere, il quadro che emerge dal dibattito è quello di un’Italia agricola che perde pezzi mentre il provvedimento viene presentato come una svolta. Il vino ha giacenze record che non si vedevano da decenni. L’olio soffre nonostante un’annata di qualità eccellente. Gli allevamenti ovini, dopo le campagne elettorali sui predatori, sono semplicemente spariti da interi territori. La pesca continua a soffrire. E la misura sul deflusso ecologico è stata rinviata prima di sei mesi, poi di un anno, ora di due, fino al 2028: non è una politica dell’acqua, è un rinvio.

Perché non è un provvedimento strutturale

Il senatore Franceschelli ha argomentato la critica più solida al Coltiva Italia dal punto di vista tecnico: non si chiama strutturale un provvedimento fatto di contribuzioni con scadenza temporale, peraltro quasi tutte legate a decreti attuativi. Strutturale è stato, nel 2015, l’intervento che ha eliminato l’IMU sui terreni agricoli per 405 milioni l’anno, che vale ancora oggi. Strutturale è un’impresa che conosce in anticipo la tassazione, la contribuzione e gli oneri di sistema che dovrà sostenere. Qui invece le risorse ci sono, ma sono a termine, e la scadenza non è scandita dal ciclo delle colture: è scandita dalla durata della legislatura.

C’è poi un dato di contesto che nessuno in aula ha contestato: al 30 settembre restavano 478 decreti attuativi da adottare, 182 dei quali già scaduti. Un provvedimento che affida la propria attuazione a decreti futuri, in un sistema che non riesce a emanare quelli che ha già in arretrato, è un provvedimento che rischia di non arrivare mai a terra. E chi non può aspettare è proprio l’agricoltore del Mezzogiorno, quello che ha già perso due raccolti e non ha un altro anno da mettere in bilancio.

Dove il provvedimento dice qualcosa di giusto

Sarebbe disonesto non riconoscerlo. Nel Coltiva Italia i 50 milioni per i mutui agevolati e i contributi a fondo perduto ai giovani e alle donne sono una misura sensata, e le opposizioni l’hanno votata. I 50 posti in più al Crea e il milione e mezzo per gli istituti tecnici vanno nella direzione giusta. Il piano olivicolo, se arriverà, è una necessità: in Puglia e nel Salento il reimpianto dopo la xylella è la condizione per non perdere un’intera economia territoriale.

Ma anche qui va detto cosa manca. La senatrice Naturale ha descritto come sono fatti i terreni che lo Stato dà in comodato decennale ai giovani: sono quelli che nessuno ha voluto nelle aste deserte, oliveti ridotti a selve da potare, suoli sassosi. Ai giovani si consegnano le patate bollenti, e dopo dieci anni di bonifica quei terreni vengono messi in vendita. È un modo di far fare il lavoro allo Stato da parte dei giovani, non un modo di dare terra a chi vuole coltivarla.

Il pannicello caldo

Torniamo alla domanda di partenza. L’agricoltore del Mezzogiorno ha bisogno di tre cose: un prezzo che copra il costo di produzione, un pagamento che arrivi nei tempi delle colture e regole che non cambino a ogni legislatura. Il Coltiva Italia appena approvato non garantisce nessuna delle tre. Offre contributi a scadenza, crediti d’imposta a chi trasforma, piani che partiranno nel 2027 e una commissione del prezzo che resta lontana da dove si produce e la cui affidabilità è stata messa in dubbio in aula senza ricevere risposta. Dobbiamo rassegnarci ad aspettare la risposta del Consiglio di Stato.

Il pannicello caldo non è un’accusa rivolta a chi lo ha portato: è la descrizione di quello che è. Tampona la febbre, non cura la malattia. E la malattia è che in Italia si continua a costruire la competitività agricola sul prezzo più basso pagato a chi produce, quando va bene, e sul lavoro nero pagato due euro l’ora, quando va male. Nessun miliardo stanziato in un provvedimento a termine cambia questa struttura. Per cambiarla servirebbe una scelta politica che in aula non è stata nemmeno proposta: fare del prezzo riconosciuto al produttore il centro del sistema, invece dell’ultimo anello di una catena che decide altrove.

Fino a quel momento, l’agricoltore del Sud continuerà a fare la parte del malato grave a cui si stringe la mano, si promette una cura e si somministra un pannicello caldo. Con il rispetto dovuto, e la salute sempre più compromessa.

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