La Repubblica delle cento fiere del cibo: troppi campanili, poca strategia nazionale

Da Parma a Bari, da Torino a Napoli, bis a Milano: troppe fiere, poca regia.

Il Made in Italy si disperde nella frammentazione delle fiere del cibo.

Il Paese delle cento fiere

L’Italia è un gigante della produzione alimentare ma un nano nella strategia fieristica.
Mentre Francia e Germania concentrano tutta la forza del loro sistema agroalimentare in due grandi eventi globaliSial a Parigi e Anuga a Colonia – da noi ogni città rivendica la “propria” vetrina del gusto.

Cibus a Parma, TuttoFood + Golosaria a Milano, Vinitaly a Verona, Terra Madre a Torino, Sana a Bologna, Imeat a Modena, Taste a Firenze, Macfrut a Rimini, Levante a Bari, Gustus a Napoli… e la lista continua.
Risultato? Una dispersione di energie, fondi e visibilità che indebolisce il brand Italia, invece di rafforzarlo.

“Food Manifesto”: nuova visione, vecchi problemi

Alla vigilia di TuttoFood 2026, il Masaf ha presentato con grande eco il Food Manifesto, una carta d’intenti per un futuro del cibo più sostenibile e consapevole.
Un progetto che parla di etica, salute, accesso universale e cultura del cibo.
Tutto bellissimo. Peccato che – ancora una volta – le buone intenzioni si infrangano contro la realtà di un sistema fieristico disarticolato.

L’Italia non ha ancora una cabina di regia unica per la promozione del settore agroalimentare.
Ogni fiera lavora per sé, ogni territorio costruisce la propria narrazione, ogni ente punta a catturare sponsor e contributi pubblici locali.

L’Europa fa sistema, l’Italia si divide

Anuga e Sial sono più di semplici fiere: sono centri strategici permanenti, piattaforme di business coordinate da governi e industrie.
In Italia, invece, il campanilismo continua a prevalere.
Così le nostre fiere si cannibalizzano, spiazzano le aziende costrette a scegliere dove investire, e confondono i buyer stranieri con un’offerta frammentata. Si dimentica che un buyer internazionale pianifica i suoi viaggi e li concentra dentro spazi di agenda limitati.

Le conseguenze?

  • Moltiplicazione dei costi per le imprese;
  • riduzione della visibilità internazionale;
  • scarsa presenza unitaria sotto il marchio Made in Italy.

Il modello da costruire: alleanza o decadenza

Se il Food Manifesto vuole diventare qualcosa di concreto, deve partire da qui: coordinare ciò che oggi è disperso.
Serve un piano nazionale — Masaf, Ice, Regioni, associazioni di categoria — per unificare le agende fieristiche, stimolare fusioni tra eventi e concentrare risorse in pochi poli forti.

Solo così l’Italia potrà finalmente giocare la partita globale del cibo, anziché organizzare mille fiere locali e perdere il campionato internazionale.

L’illusione delle eccellenze

Ogni città rivendica una “eccellenza” da esporre, ma nessuna costruisce un sistema-paese.
Dietro la retorica dei campanili gastronomici si nasconde un problema politico e culturale: la paura di perdere potere locale.

Mentre Parigi e Colonia consolidano quote di export, noi festeggiamo record temporanei di visitatori, senza accorgerci che stiamo svuotando di forza il marchio Italia.

Conclusione

Finché continueremo a raccontarci come “la patria del cibo”, senza avere il coraggio di un’unica regia nazionale, resteremo un Paese di mille fiere e nessuna strategia.
Il Made in Italy non ha bisogno di più padiglioni: ha bisogno di una sola voce.

L’Italia non deve solo saper cucinare bene. Deve imparare a organizzarsi meglio.

 

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